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Telephone

Il  mio servizio sul nuovo video “Telephone” (Lady Gaga e Beyoncé)

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Servizio Bit Milano

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La vita breve delle tartarughe

Piccolo. Avrà avuto sì e no 4 anni. Seduto su una panchina, si guarda intorno e cerca approvazione negli sguardi innamorati dei genitori. Prima ne guarda uno, poi, testa all’insù, si gira verso l’altro e intanto agita le gambette penzoloni. Un bambino vivace. Curioso della vita. Ancora così indifeso. Ad un certo punto si immobilizza e fissa un punto preciso. Tira fuori il ditino dal calduccio della tasca punta l’indice esclamando: mamma, papà, quello è Berlusconi?
Credo che abbia indicato Formigoni e non ricordo neanche la risposta del padre. Ma non è certo questo l’importante.
Non so voi, ma io a quell’età mi esaltavo se durante il cartone animato, azzeccavo tutti i nomi delle tartarughe ninja.

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La questione mortale del Pd

Più che di questione morale, trattasi di questione mortale. Il Pd arranca, perde pezzi, si sfalda e si contorce. Il Pd agonizza in silenzio. I gemiti sono quelli di un Bersani che spiattella frasi fatte in grado di competere con il peggior dei “Ma anche” Veltroniani, mentre Vendola trionfa, e D’Alema soccombe nel suo feudo.
Lo stesso feudo che fu di Aldo Moro, e quindi, della rivoluzionaria idea delle convergenze parallele.
Eppure, pur sempre nell’inciucio di una politica corrotta e pornografica, qualche lezione il Pd continua a darla.
Delbono mentre si professa innocente pronuncia serafico e intimidito queste parole davanti ai suoi, attoniti:
“Non avrei ritenuto necessario dimettermi, ma la storia di questa città, fatta di senso civico, fa sì che a Bologna ci sia cultura diversa da altre città. Siccome i tempi per difendermi eventualmente in sede giudiziaria rischiano di avere ripercussioni negative sulla mia attività di sindaco, ho deciso in piena coscienza che rassegnerò le dimissioni dalla carica di sindaco”.
Delbono lascia, è l’ultimo masso della frana in corso, ma lascia. La cosa triste è che agli occhi dei cittadini che credono nello Stato questa pare uno sporadico esempio di civismo. Invece che un dovere istituzionale.

Il Pd affonda nelle sabbie mobili della questione mortale, ma almeno, con le ultime forze, si aggrappa a quel minimo di dignità che gli è rimasta.

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Trova le differenze

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Un nobel per un futuro di Pace.

In molti penseranno che sia stata una mossa prematura. Che assegnare un premio sulla fiducia possa ritorcersi contro lo stesso insignito. Obama adesso è inevitabilmente costretto a dimostrare qualcosa. E subito. Un Nobel che è indirettamente una via per accelerare la costruzione della Pace che spesso, invece, ha bisogno di molto molto tempo e lavoro silenzioso. E’ arrivato dopo nove mesi di presidenza. troppo presto, forse.
Altri penseranno che dopo Bush, chiunque sarebbe sembrato un angioletto pacifista, diplomatico, conciliante e conciliatore. Certo, essere preceduto dal peggior Presidente della storia americana aiuta a costruirsi una reputazione solida. Basta fare davvero poco. E non si può dire che Mr Barack non si sia impegnato a sufficienza.

Altri ancora sosterrano che il Nobel abbia finalità politiche e che ci sono molte persone, sconosciute, che hanno incassato già grandi risultati a differenza del presidente Usa.
Non si può dare loro torto.

MA:
Barack, questo va riconosciuto, ha reimpostato le relazioni internazionali. Dialogo, rispetto, diplomazia. Ma anche fermezza sui principi e sui valori.

Dalla crisi degli ostaggi del 1979 è con Obama che Stati Uniti e Iran si sono riavviciate. I passi avanti fatti sul disarmo nucleare e sulla non proliferazione sono frutto di una capacità diplomatica con pochi precedenti. Obama ha smascherato l’Iran a Ginevra di fronte agli occhi del mondo. Ed è riuscito pochi giorni dopo a trattare sul dossier nuclaere, a strappare a Teheran la concessione di far accedere gli ispettori dell’Aiea nel nuovo sito di Qom. Un piccolo passo che significa un successo.
E poi, l’impegno sulla riduzione di Co2, la sstenibilità, l’attenzione alle fasce deboli del suo popolo, ma anche la fermezza in Afghanistan. Obama manda un messaggio al mondo: che una missione in un Paese, in alcuni casi, può avere una ratio che la giustifica. Che ci sono guerre e guerre. Che in Iraq doveva finire, che in Afghanistan no. Posizione anche discutibile ma che evidenza il suo pragmatismo e la capacità di tenere ferma una linea anche in situazioni di particolare tensione internazionale. Obama, nonostante la missione vada rivista, ha le idee chiare su cosa sia la guerra. e su cosa sia la Pace.

Se ne potrebbe discutere a lungo sull’opportunità di questa scelta.
Quello che mi auguro è che il riconoscimento non diventi un modo per dividere. Si chiama nobel per la pace. E tale deve rimanere.

Sotto, invece, una NOTA DI COLORE:

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