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Archive for marzo 2009

Ciao lettori!
Sono a Perugia. Insieme ai ragazzi del Master in Giornalismo dello Iulm seguirò, dall’1 al 5 aprile, il Festival Internazionale del Giornalismo.

Cliccando su questo link potrete vedere i nostri tg, interviste, e seguire le dirette degli eventi

http://www.mogulus.com/campusmultimedia

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Tassare i ricchi per dar da mangiare ai poveri. Una soluzione che genera sconcerto tra i politici nostrani. Ciò che invece io trovo sconcertante, è che, a questa possibità, non ci avesse ancora pensato nessuno.

Me lo diceva sempre il mio papà che se avessi guardato troppi cartoni animati, alla fine, avrei finito per crederci.

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tg1“Il vero pericolo per gli italiani: non essere capaci di uscire dal coro”. È il titolo di un editoriale di Riotta che ben incarna lo sforzo di distinguere il Tg istituzionale per eccellenza dalla poltiglia informativa delle altre reti.

E come negarne il successo. Con lui il Tg1 si è rinnovato. Altroché!

Riotta ha sostituito il vecchio logo con uno più moderno e tecnologico. Dalla scenografia, è sparito il colore giallo.  

Certo, qualche somiglianza con il Tg5 è rimasta. Sottigliezze: come il fatto che del giornalista politico resta poco più che un microfono piazzato sotto al naso di una serie di portavoce cantilenanti.

Ad accomunare Riotta e Mimun è anche la dedizione per le grandi inchieste: quelle, ad esempio, ai caselli autostradali in cui si chiede alle persone in coda: “da dove venite?”.

Si tratta di servizi talmente utili alla formazione di una coscienza collettiva, da indurre entrambi a sposare una linea editoriale comune, al di là delle divergenze politiche. E  professionali.

Un esempio di ponderato pluralismo, di fronte al quale il “telegiornale in bianco e blu” si toglie il cappello e, trionfalmente, rientra nel coro.

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Noemi, cantante X Factor

Freschi, eclettici, semplici.

Pochi discorsi.

È la musica il loro mezzo di espressione.

E il risultato è notevole. Ancora di più dal vivo. Sembra che di quell’X Factor tanto ricercato, ognuno ne abbia più che un po’. Il talent show del lunedì di Raidue, per un pomeriggio, si è spostato al Corriere della Sera. Una puntata in piccolo, una sorta di lato B della trasmissione, riservata ai lettori dell’inserto settimanale Vivimilano (e in streaming sul sito del programma), a cui hanno partecipato tutti i protagonisti della trasmissione: i cantanti rimasti in gara, il conduttore Francesco Facchinetti, i tre giudici Morgan, Ventura e Maionchi, i vocal coach, il coreografo Luca Tomassini. È la prima volta che il quotidiano di via Solferino ospita i personaggi di un programma della rai, ed è la prima volta che gli artisti escono tutti insieme dal loft, dall’inizio della trasmissione.

Un medley dei Beatles ha aperto le danze: Come Together, Dear Prudence e HeyJude. Il fascino delle note dei quattro di Liverpool non si discute: la qualità vocale ha fatto il resto. Così come per tutta la serie delle esibizioni, arricchite dai suoni “live” degli strumenti (che tanto mancano al programma). Esibizioni che hanno messo in luce per prima cosa l’affiatamento tra i cantanti, il loro punti di forza, senza rinunciare però all’effetto sorpresa: come quello dei Farias più “gigioni” del solito (come direbbe Simona Ventura) e bravissimi con chitarre e percussioni tra le mani. Per non parlare del duetto soul di Daniele e Noemi: un esperimento inedito ben riuscito grazie alla maturità vocale di entrambi. E alla loro diversità: Daniele la voce pulita, Noemi quella dalle sonorità più sporche ed emozionali. Il suo sogno, confessa rispondendo a una domanda del pubblico, è quello di cantare con Vasco. Fa il nome di Bersani, dei Subsonica e di Mario Venuti, Enrico, il cantante migliore quanto a maturità artistica. Chi forse più di tutti rende meglio dal vivo è Matteo che, accompagnato al piano da Yuri, ha cantato e interpretato Your Song di Elton John. Suggestive le sue modulazioni melodiche e ottime le capacità vocali. (Poi è livornese come me, quindi ho un debole per lui e perdonatemi se pecco di campanilismo ndr).

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Il più musicale? Jury senza dubbio. E questa sua dote naturale lo aiuta non poco nel comunicare, dato che non si può certo definire un seducente oratore. Ma è giusto così: a ognuno il suo. E questo è il suo: l’armonia, la ritmica, una voce chiara, articolata ma mai sovraccarica di fronzoli, precisione e straordinaria capacità di improvvisare sul tema. Si è esibito cantando la straconosciuta Iris dei Go Go Dolls. Difficile renderla ancora interessante dal punto di vista della sperimentazione musicale. Lui ci è riuscito.

Saranno state le piccole dimensioni della sala, le luci, o l’atmosfera intima, fatto sta che The Bastard Sons of Dioniso sono stati poco bastardi e tanto composti: invece che scatenarsi sul palco, come spesso accade il lunedì sera, hanno cantato e suonato seduti. Solito look sportivo, stesse felpe colorate. La loro è stata una performance sobria, un pezzo (Jesus Ranch dei Tenacious D.) che è un loro cavallo di battaglia, eseguito senza alcuna sbavatura (a differenza di altre volte) e con una eccellente armonizzazione che a Morgan ha ricordato, non a torto, i già citati Fab Four. Una cosa è certa: di carisma ne hanno da vendere. Caratteristica che non manca neanche ai giudici, capaci con i loro botta e risposta, con i loro caratteri così diversi, di coinvolgere il pubblico in sala, divertendolo, senza strafare. Spicca come sempre tra i tre Marco Castoldi che, istrionico come sempre, non solo ha commentato le performance dei ragazzi giocherellando instancabilmente con la chioma sale e pepe, ha ammesso di aver sopravvalutato le capacità di Andrea (” Si attaccava al reggae come gli ubriachi ai lampioni”), ma si è anche tolto un sassolino dalla scarpa approfittando dell’ambiente piuttosto informale: “ il format – ha detto – è pensato per essere musicale e televisivo al tempo stesso. Credo che ancora si privilegi però molto più il secondo aspetto rispetto al primo. I cantanti, per una mera questione di estetica sono costretti ad esibirsi senza poter utilizzare i monitor. E’ un aspetto che dovremmo modificare.” Il Morgan polemico però è rientrato subito nei ranghi non appena un vocal coach ha fatto notare: “ X Factor è comunque il programma televisivo attualmente più musicale della tv italiana”. Sottile ma costante la polemica su Amici. I giudici sorridono soddisfatti. Questa volta sono tutti d’accordo. Almeno fino a lunedì…

Ho condiviso questa esperienza con Francesca Pelucchi:

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vale la pena di leggere il suo post!

Dite la vostra: Secondo voi chi vincerà?

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2 marzo, ore 14,44.

Se avesse anche solo sfiorato la Terra, l’impatto avrebbe avuto la potenza di 1000 bombe atomiche. E, per fortuna (è proprio il caso di dirlo), non l’ha fatto. Si è fermato a circa 70.000 km da noi. Distanza che nello spazio è davvero irrisoria.

L’asteroide 2009DD45 (40 metri di diametro) è quel puntino che si trova inizialmente vicino al bordo destro dell’immagine e si sposta verso sinistra, diagonalmente. Un viaggio suggestivo, anche se un po’ troppo imprevedibile.


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miki1Il significato eterno di un istante. Chiara ha lo sguardo perso di chi guarda lontano, ma non vede più, ormai. Vitreo, nell’iride immobile, resta il viso riflesso di chi era con lei. Di chi la conosceva bene, eppure l’ha colpita più volte appena varcata la soglia di casa. Violentemente. Poi l’ha spinta a terra. Immobilizzata, l’ha colpita di nuovo, stavolta alla nuca, sfondandole il cranio.

In quel momento le loro pupille si sono incontrate, ancora. Un ultimo movimento.  

Poi, il silenzio.

Il corpo a terra, la testa riversa. Sangue e apnea. Il pigiama che indossa la fa sembrare ancora più indifesa. Accanto a lei, una ciocca di capelli e un orecchino. Intrisi di sofferenza, del sapore che ha la sconfitta dopo un combattimento disperato. Intrisi dell’odore della morte violenta.

 

Chiara muore nella sua casa, impotente spettatrice. Muore sola, distesa lungo le scale che portano alla taverna. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, tranne l’intonaco delle mura che ha imprigionato la sua voce e quella del suo assassino. Voci che adesso restano ricordi sottili come polvere di farina.

E gli oggetti, anch’essi testimoni. Complici muti. La mattina afosa del 13 agosto 2007 le lancette del grande orologio del salotto scorrono incuranti. Mentre suonano le undici, ammazzano Chiara. Sul comodino accanto al divano, la sua foto sorride, e quell’allegria sembra trasformarsi in un ghigno beffardo e amaro.

L’acqua del lavandino e il sapone del bagno, d’improvviso estranei conniventi,  lavano via il respiro di Chiara che l’assassino ha ancora tra le mani tremanti: ferro, saliva, sudore. Tutto attorno le pareti e i pavimenti sono graffiati di sangue. La porta di ingresso si chiude con la stessa naturalezza con cui lei, quella mattina, l’ha aperta. Squillerà il telefono, più volte, e a vuoto.

 

Fuori il cielo è una torbida lastra di ghiaccio. Le serrande sono abbassate e in giro, non è un caso, non c’è nessuno. Il mio tormento interiore cozza con la tetra quiete di Garlasco, città di confine, sospesa tra Lombardia e Piemonte, tra colli e pianura, tra fiabesca serenità e omertoso silenzio.

In realtà, tutti in paese sanno chi sono. E come l’ho uccisa.

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