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X o croce?

Siamo sempre stati un cacciucco. Ribelli, rivoluzionari e incredibilmente conservatori. Livorno è così: è tutto e il suo contrario. Per 68 anni abbiamo fatto una scelta verso una direzione. Netta, precisa. Poi, sempre meno convinta ma dai numeri pesanti.  Livorno è sempre stata così: il cuore “anarchico” e il voto di partito.  Farci cambiare idea, dopo la guerra, la fame, la rinascita, il boom economico italiano, la lunga ricaduta, la nuova crisi, la nuova fame, in realtà non era poi così facile. Ma è successo. È successo che il PD ha perso e che qualcun altro ha vinto. E non c’entra il Mose, l’Expo, gli scandali, Renzi, la politica nazionale, europea, mondiale, lo spread o il taglio dei tassi della Bce. Andate a chiedere a Livorno cos’è il Mose:  se va bene molti citeranno la Bibbia. Il PD ha perso perché è riuscito nell’impresa di essere ancora più conservatore dei livornesi.  Abbiamo assistito al declino di una città, alla perdita costante di occupazione e risorse ma soprattutto di opportunità e quindi di fiducia. Di fronte a questo, anche la città più impantanata nelle ideologie dei nonni oggi incomprese e sbiadite e nelle “citazioni rosse” diventate cori  starnazzati da stadio non poteva non reagire. E  lo slogan “Punto e a capo” del candidato del Pd dopo un governo decennale di un solo colore suonava quasi come una beffa.  E’ qui che l’animo ribelle ha rovesciato il simbolo dello status quo. È qui che le nuove generazioni hanno deciso di non credere più al colore di famiglia. Tra un anno, se chiederemo in giro, forse nessuno ammetterà di aver votato Nogarin. È il cacciucco livornese, ma è una data che fa storia quasi come quel 1921. Ne seguirono anni di battaglie per le idee, radicate, vissute, rimaste ancorate a un partito, sempre più ripiegato su se stesso e forte del fatto che il “Livornese abbaia, abbaia, ma tanto si sa è comunista”.  Finché per molti, quella x nel segreto dell’urna ripetuta allo sfinimento ha finito per somigliare più a una croce.

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Si è fatto un gran parlare del “fenomeno Grillo”, “Ciclone a 5 stelle”, voti di protesta, “Boom” e populismi, exploit e antipolitica; Napolitano che dice di “non vedere”, il comico che risponde con gelide freddure urlate a raffica, per strada, su internet. Si è fatto un gran parlare di Comici e saltimbanchi delle amministrative, di elezioni come banchi di prova su palchi strappa applausi. Si è continuato ad associare, come da ormai circa 5 anni, il Beppone “che non le manda a dire” (e che a volte se non spesso ne partorisce pure di eccessive – vedi l’ultima sparata su Equitalia: “chiuderla domani”) a quel Giannini degli anni postfascisti in realtà così distante dall’urlatore sovrappeso, sudaticcio, e brizzolato dei giorni nostri. Distante, tranne forse che per il suo antico e celebre motto:”ci avete rotto le scatole”. Che poi, diciamocela tutta, al giorno d’oggi allora siamo tutti un po’ Giannini. E invece, ancora una volta, il Grillo è diventato simbolo del “qualunquismo”, “populismo”, “antipolitica”. E questo perchè? Perché al Pdl, uscito con le ossa rotte e i nomi dei candidati sulle schede intonsi, fa comodo sostenere la tesi che abbia vinto il voto “della pancia del paese insoddisfatta”,  “la protesta”, “la non – politica”  o meglio  il Giannini del 2012 (a cui in fondo, mentre dichiarano di interrogarsi sul perché degli umori del paese, augurano lo stesso successo politico, cioè zero). Alla sinistra, centro sinistra, insomma a quella marmaglia informe che va da Vendola a Bersani, da Veltroni a D’alema toccando a volte i centristi ma non tutti, a loro invece fa comodo dichiarare vittoria, sottovalutando o almeno ridimensionando il “fenomeno del movimento stellare”. Illusi. Perché forse pensano ancora che Grillo sia solo uno spauracchio di rigurgiti antichi, sia quel clone populis-qualunquista che conquista un sindaco, una piazza. e poco più. Grillo forse è anche questo. Grillo è forse solo questo. Ma oggi a Parma sulla poltrona di sindaco non c’è il “ciclone – clone di Giannini” o come tutti ormai l’hanno etichettato. Oggi su quella poltrona che pare così ingombrante per questo ragazzotto, c’è Federico Pizzarotti: una campagna elettorale costata quanto un’auto usata del 2005 e certo un dragone della battuta tagliente. Non c’è un comico. Ed è meglio così perché forse, non c’è neanche nulla da ridere. Non c’è una platea che aspetta la frecciatina “anti – Napolitano”, “anti – sistema”. Non si sentono grida e parole di troppo. Non c’è un uomo qualunque, ma un uomo normale.

Apro Corriere.it e un flash in rosso campeggia in home: Bankitalia afferma  che nel 2012 sarà recessione. Pil a -1,5%. Neanche 10 ore fa il bollettino della Bce sprizzava fiducia da tutte le cifre: ripresa economica nel 2012 per i paesi dell’Eurozona. Un giorno in prima pagina leggi “la ripresa è vicina”, un giorno “siamo ancora nel pieno della crisi”. E’ la schizofrenia incontinente di chi  legge numeri come un oracolo, le cifre come segni quasi divini e le riassume in frasi spot,  in premonizioni spesso sconfessate dai dati del giorno dopo. Un calderone evanescente di economia semplificata. Moody’s declassa tutti da una parte, lo spread cala dall’altra.  Un miscuglio di dichiarazioni contrarie. La Grecia crolla, la Grecia ce la fa. “Non si può scendere così in basso”, “il peggio deve ancora venire”.  “La recessione del nostro paese sarà lunga”- ha detto De Benedetti. “La ripresa sarà nel 2013” – riferisce Visco. E ogni tanto, a intervalli più o meno regolari, spunta Napolitano: esce come da un orologio a cucù, chiede coesione sociale e torna dietro gli ingranaggi.  “L’Italia può farcela da sola”,  ha detto il presidentissimo,  “l’Italia non può farcela da sola” si mormorava ai piani alti dell’Fmi. Io non so se qualcuno può farcela a capirci qualcosa. Più che di slogan o di cifre sciorinate a vantaggio della tesi che si sponsorizza (disgrazia o resurrezione) forse avremmo bisogno almeno di sembrare un po’ più pacati e coerenti. Siamo tutti un po’ più poveri, siamo sempre più disoccupati, siamo ancora più precari. Siamo stanchi. Delusi. Arrabbiati.  Forse non abbiamo bisogno di inconciliabili slogan sul futuro urlati a rullo continuo. Che poi, sul fondo del barile, rimbombano di più.

Una mimosa al giorno

Sulla scrivania, odore di mimosa. Odore di mimosa dentro le narici. Il pensiero corre ai tempi della scuola, a quando la trovavo sul banco. Dispettosa, mi divertivo a inziare la battaglia dei pallini gialli, e poi, di quel che rimaneva ne facevo un regalo: la impacchettavo alla meno peggio e la portavo alla mia mamma: arrivavo sventolandole il ramoscello sotto al naso, quasi fosse un trofeo. Per me era una festa. Era una festa vedere i suoi occhi illuminarsi. La mimosa per qualche giorno proseguiva la sua lotta per la sopravvivenza, dentro a un vaso blu, al centro del tavolo. Poi, appassiva, risucchiando il suo odore. Ma a me restava dentro le narici per giorni. Negli occhi lo sguardo di mamma, la donna a cui ogni giorno regalerei un fiore.

Ritardi e coincidenze

Mubarak ha lanciato un appello al dialogo con le opposizioni. Bersani:  richiesta fuori tempo massimo.

Che cosa ne rimane?

Pd, persino le primare sono diventate secondarie

Made in Italy

Paese che vai, zoccola che trovi (Lele Mora)